LANGUAGE:
MENU

mostre

CONFRONTI

12 fotografi a Villa Manin di Passariano
a cura di Antonio Giusa e Alvise Rampini per l’IRPAC
26 ottobre 2013 - 1 dicembre 2013

SEDE ESPOSITIVA
Villa Manin di Passariano, Esedra di Levante
INGRESSO
Gratuito
ORARI
martedì a venerdì: 15-18
sabato, domenica: 10-19
chiuso lunedì
INFO: 0432 821211
IRPAC 
( Istituto Regionale di Promozione e Animazione Culturale) http://www.irpac.it/
 
CONFRONTI

I luoghi e i momenti di confronto per la fotografia sono sempre più rari. Da questa constatazione e dalla consapevolezza che è necessario un impegno diretto per favorire la costruzione di una rete regionale della fotografia nasce la mostra "Confronti". Il sottotitolo "12 fotografi a Villa Manin di Passariano", oltre al numero degli autori invitati, richiama l’ospitalità di uno dei principali centri di cultura del Friuli Venezia Giulia. La localizzazione della mostra è il primo dei numerosi motivi di confronto. Abituale sede di esposizioni di arte contemporanea e non, Villa Manin ospita talvolta anche la fotografia e questa mostra collettiva si confronta a sua volta con quella dedicata, nello stesso periodo, al più grande esponente del fotogiornalismo, Robert Capa.


Com’è cambiato il modo di fotografare le guerre che purtroppo continuano ad essere costantemente presenti nel pianeta? "Confronti" presenta a questo proposito Sebastiano Tomada Piccolomini, da poco premiato al World Press Photo 2013 per una fotografia di un bambino ferito, scattata nell’ottobre del 2012 in un ospedale della città siriana di Aleppo. Il lavoro di Tomada è apparso su numerose riviste internazionali e ci mostra l’attività di un fotografo indipendente che si muove nei vari fronti di guerra nel tentativo di seguire i fatti di cronaca, ma anche di raccontare le storie di chi la guerra la vive sulla sua pelle.


Questa dimensione sociale è presente anche nelle immagini di un secondo fotografo, Romano Martinis che negli ultimi anni si è dedicato a fotografare l’Afghanistan cercando un contatto con la popolazione locale e con le truppe italiane impegnate in operazioni di "peace keeping". L’età anagrafica dei due fotografi citati ci porta a considerare un altro confronto che la mostra propone. Tomada, nato nel 1986, e Martinis, classe 1941, sono rispettivamente il più giovane ed il più anziano dei fotografi qui proposti. Non si vuole parlare di generazioni diverse, ma di età diverse della vita accomunate dalla passione per la fotografia.


Se Tomada ha già raggiunto una notorietà, per altri giovani fotografi la mostra è un’occasione per presentarsi ad un pubblico più ampio. La selezione degli autori è stata fatta tenendo conto dell’interesse che i loro lavori potevano avere nell’ambito dei temi scelti, che si possono riassumere nelle varie declinazioni del reportage e nella fotografia che si concentra sullo studio e sulla rappresentazione del corpo umano. Si vuole proporre un percorso in cui la successione degli autori proponga modi diversi di utilizzare il mezzo fotografico con un denominatore comune costituito da una dimensione narrativa.


Sebastiano Tomada Piccolomini, cresciuto fra la Toscana e il Friuli ci porta nella città di Aleppo assediata dalle truppe di Bashar al-Assad e ci fa conoscere da vicino i combattenti dell’Esercito Siriano Libero. La "vicinanza" ai protagonisti della guerra, un valore spesso ricordato da Robert Capa come condizione indispensabile per una buona fotografia, è la cifra interpretativa del lavoro di Tomada. Sia che racconti la quotidiana battaglia che si svolge nelle strade della città del Nord della Siria, sia che si trovi in ricoveri di fortuna, sia che si trovi in una situazione di relativa calma, il giovane fotoreporter cerca di isolare nei suoi ritratti il dramma della guerra. Le sue fotografie sono utili, al pari di alcuni blog, a capire meglio una situazione che per i grandi media internazionali si riduce al rendiconto quotidiano dei caduti civili e militari. Una macabra contabilità che ci allontana dalla realtà di una guerra che si combatte sin dentro le città, quartiere per quartiere. Fra l’autunno del 2012 e la primavera del 2013, Tomada fotografa i morti e i feriti, gli edifici malconci di una città colpita, ma ritrae da vicino anche una serie di donne appartenenti a "Katiba", il gruppo al femminile vicino all’Esercito libero. Nella necessaria sintesi delle didascalie troviamo brani tratti dalle interviste rilasciate da queste donne. Parole che vanno abbinate alle loro armi, ai bambini che talvolta portano in braccio e agli sguardi che si intravvedono nei pochi centimetri quadri lasciati liberi dal velo. Tomada ferma nella fierezza delle loro pose l’ostentazione della loro determinazione, ma riesce comunque a insinuare in noi una riflessione sulle motivazioni che guidano le donne di "Katiba".

È l’immagine di un’umanità che richiama i ritratti afgani di Romano Martinis che per "Confronti" propone i bambini ospiti degli orfanotrofi di Herat e di Farah assieme a un pastorello con le sue capre. Sono bambini che, pur nella sofferenza, possono pensare a un futuro diverso da quello dei loro coetanei colpiti dalle mine antiuomo, fotografati alcuni anni orsono da Mario Dondero negli ospedali di Emergency. Martinis trova il modo, anche con un’analisi ravvicinata dei graffiti incisi sui muri crivellati di colpi, di raccontarci come è vissuta la guerra da quei bambini. Profondo conoscitore delle realtà tribali afgane, il fotografo carnico ha voluto confrontare le fotografie da lui scattate come fotografo indipendente, con quelle realizzate da "embebbed", al seguito dei militari italiani. Diversi punti di vista che ci fanno riflettere sulla condizione del reporter al lavoro in zone di guerra.
Difficile esprimere giudizi univoci. Talvolta le immagini che vediamo sui giornali sembrano troppo condizionate dalla censura imposta dagli eserciti che "vigilano" sul lavoro del fotografo. Inquadrature addomesticate ad uso delle necessità della propaganda e di un’immagine che non deve essere troppo cruenta. Località che devono restare off limits e che non possiamo far altro che immaginare. Non sono questioni del tutto nuove se è vero che nelle fotografie scattate dal britannico Roger Fenton nel 1855 durante la guerra di Crimea non ci dovevano essere cadaveri, su indicazione delle alte gerarchie, a differenza di quanto accade nella prima metà del decennio successivo durante la guerra di secessione statunitense. L’esperienza di Martinis in Afghanistan ci restituisce una realtà fatta di relitti di aeroplani sovietici, di momenti di vigilanza e di relax dei militari, di villaggi dove coesistono la quotidianità dei pastori e la presenza delle truppe italiane. In queste fotografie, come in quelle dell’atterraggio dei paracadutisti, Martinis ricerca le forme di una fotografia colta, senza omettere nulla, ma anzi cercando di afferrare, con gli strumenti di un mestiere ben conosciuto, particolari che ad altri occhi sarebbero sfuggiti.


Ad aprire il capitolo del reportage sociale c’è Piepaolo Mittica che, dopo l’approfondito lavoro sulla realtà nascosta di Chernobyl, prosegue la sua analisi sui devastanti effetti degli incidenti nucleari con i suoi ripetuti sopralluoghi nella zona di esclusione che circonda l’impianto di Fukushima in Giappone. Sono immagini rubate da un fotografo coraggioso, entrato nella zona proibita, che secondo le autorità giapponesi non dovremmo vedere. La violenza dello tsunami, la potenza del terremoto e la diffusione della contaminazione hanno lasciato un territorio sconvolto. Se le immagini di case e automobili sottosopra rappresentano una testimonianza visiva di quanto accaduto, altre fotografie raccontano di un’assenza forzata, quella della popolazione costretta ad abbandonare le proprie case e tutto il resto. Come già in Ucraina, Mittica coglie edifici, indumenti e oggetti di una comunità fantasma che talvolta ha il permesso di entrare nella zona di esclusione per recuperare le proprie cose. Il medico-umanista-fotografo spilimberghese incontra poi nel suo cammino anche gli addetti alla decontaminazione nascosti nelle loro tute bianche, che contrastano con la cupezza del paesaggio circostante, restituita, con un equilibrio fra drammaticità ed efficacia, nelle sue vedute in bianco e nero. Le immagini di Mittica sono quindi evocative dell’assenza della popolazione giapponese, costretta a spostarsi altrove, e della presenza invisibile dei radionuclidi che a partire dal marzo del 2011 si sono diffusi nella "No-Go Zone" che misura venti chilometri di raggio dalla centrale e anche molto oltre, fino a ottanta chilometri dall’impianto nucleare di Fukushima.


L’impegno sociale è uno dei temi affrontati da Edgard De Bono, ventisettenne fotografo udinese che all’attività professionale di free-lance associa quella di fotoreporter. Nei suoi viaggi, ricerca un contatto con le popolazioni autoctone, come nel caso della comunità impegnata nell’estrazione del carbone da una miniera a cielo aperto, abbandonata da una multinazionale nello stato dell’Jharkhand nell’India nordorientale. De Bono si avvicina lentamente alla dura realtà di sfruttamento con una ricognizione nel contesto della zona mineraria, lasciandoci immaginare la nocività per la salute della popolazione che vive nella zona circostante. Poi entrano in scena i lavoratori del carbone, soprattutto donne e bambini che, scalzi, compiono lunghi percorsi per riempire ceste e altri svariati contenitori del fossile che servirà come combustibile alle famiglie indiane. Dopo il tratto percorso a piedi con il carbone in equilibrio sulla testa, quando finalmente il sentiero si fa più praticabile e diventa una strada, vengono in aiuto le biciclette. Ma il peso del carbone e le pendenze da superare costringono i raccoglitori a spingere le biciclette con grande fatica. De Bono passa qualche settimana in questa comunità, il suo viaggio raggiunge l’obiettivo di denunciare la condizione di arretratezza e di miseria in cui è costretta a vivere.

Molto più lungo, in termini di tempo, è il viaggio di Linda Dorigo nel mondo delle minoranze cristiane del Medio Oriente. È ormai qualche anno che la fotografa carnica indaga le comunità di cui talvolta parla la stampa internazionale in occasione degli attacchi dei fondamentalisti appartenenti ad altre dottrine religiose. Un viaggio che ha toccato nove paesi, l’Iran, l’Iraq, il Libano, l’Egitto, Israele, la Cisgiordania palestinese, la Giordania, la Siria e la Turchia. Si stima che nel Medio Oriente i cristiani siano circa dodici milioni, Linda Dorigo è andata a cercarli nei luoghi dove praticano il loro culto. Allora ecco un paramento sacro appeso a un albero e un altare in mezzo alla campagna. E ancora la ieraticità dei monaci che vivono in mezzo al deserto o le armi di chi è costretto a proteggersi da chi vuole impedire ai cristiani di professare liberamente la loro religione. Si è parlato della "vicinanza" reclamata da Robert Capa ma, nel caso di Dorigo, si deve parlare di empatia e di condivisione. Senza queste, non potremmo vedere le sue fotografie che sono lontane dalla documentazione sociologica ed evocano una familiarità dell’autrice con i sentimenti delle persone conosciute nel suo viaggio. Nonostante la drammaticità di talune situazioni, nelle sue immagini è presente la ricerca di una normalità fortemente desiderata, che convive con il timore che il prevalere di posizioni oltranziste possa minare definitivamente la convivenza di più religioni.


Se sinora i reportage ci hanno portato molto lontano dall’Italia, il lavoro di Fabrizio Giraldi ci riconduce nel nostro paese per denunciare le conseguenze dell’inquinamento da nanoparticelle e dell’esposizione ai metalli pesanti nella zona circostante il poligono militare interforze di Salto di Quirra – Capo San Lorenzo nella Sardegna sudorientale. Portata alla ribalta nel 2008 dal romanzo d’inchiesta "Perdas de Fogu" scritto da Massimo Carlotto assieme ad un gruppo di scrittori riunito sotto il nome di Mama Sabot, la vicenda della cosiddetta sindrome di Quirra è al centro del lavoro di Giraldi. Un progetto che si sviluppa in una ricerca che associa alla fotografia la raccolta delle testimonianze delle persone direttamente colpite dalla sindrome o che hanno avuto dei familiari ammalati o morti per quella patologia. Il linguaggio espressivo di Giraldi è molto intimo. Le storie di vita raccontate dalla viva voce dei protagonisti prendono la forma del dittico e, se da una parte l’autore ci fa conoscere il dolore che si legge negli "sguardi contaminati" delle persone ritratte in primissimo piano, che emergono dall’oscurità circostante, dall’altra ci introduce ai luoghi dove quel dolore è stato causato. Un paesaggio in cui, come già rilevato per Fukushima, si cela l’inquietante presenza dei fattori inquinanti. Il lavoro di Giraldi, che adopera insieme gli strumenti tradizionali della ricerca fotografica e quelli complementari dell’antropologia, si dimostra particolarmente efficace e si rileva un potente strumento di denuncia, al pari di quelli letterari e cinematografici che già si sono occupati della sindrome di Quirra.


Alla fine del capitolo sul reportage e prima di quello incentrato sulla rappresentazione del corpo si trova Primož Biziak che, a partire dai ritratti della sua famiglia, compie un viaggio lungo la frontiera italo-slovena che separava un tempo l’Oriente dall’Occidente. Un confine "mobile" che nel corso di un secolo si è spostato facendo sì che gli uomini delle famiglie di frontiera come i Biziak abbiano servito la patria di volta in volta nell’esercito austro-ungarico, in quello italiano e, una volta stabilizzatosi il confine, in quello jugoslavo e più recentemente in quello sloveno. Solo il bisnonno non è fotografato in uniforme militare e dobbiamo accontentarci di una carte-de-visite in cui è effigiato con lunghi baffi, mentre il nonno, il padre e, provocatoriamente con un autoritratto, lo stesso autore vestono la divisa. Le piccole fotografie di famiglia invitano a rileggere l’ultimo secolo da una visuale diversa, dove si comprende come le vite private siano coinvolte nei cambiamenti imposti dalla grande storia. Biziak lavora con metodo e realizza una completa documentazione sulle "karavle", le casermette costruite in territorio jugoslavo a guardia del confine.
Da Muggia a Fusine, Biziak ripete per settanta volte la documentazione di ogni singolo edificio. Vengono alla mente i progetti di Bernd e Hilla Becher, la loro precisione, l’attenzione destinata alla ripresa con una visione frontale. Non c’è evidentemente, in una mostra collettiva come "Confronti", lo spazio per mostrare nella sua interezza il lavoro di Biziak, ma con la forma della proiezione di diapositive, come desiderato dall’autore, sarà forse possibile avere un’idea dell’ampiezza del lavoro svolto. Non si tratta di immagini in cui ci si limita a documentare iterativamente le casermette che venivano realizzate sulla base di progetti molto simili se non identici. Nelle fotografie è possibile misurare il loro degrado e la conquista degli spazi da parte della natura circostante. Il confine perde di significato dal punto di vista militare, gli edifici vengono abbandonati e la natura prende il sopravvento. Biziak, nel caso del Carso, fa un percorso inverso e sceglie di entrare in un posto di osservazione italiano e di guardare da lì la natura circostante. Quello che una volta era servito come avamposto per controllare il confine orientale diventa ora un luogo privilegiato dove contemplare la vegetazione. Biziak arricchisce la sua analisi con un elemento di cronaca. La nuova concezione di frontiera nell’ambito di un unico spazio europeo viene fermata nell’atto della dismissione di una garitta che viene caricata su un camion. Primož Biziak rappresenta dunque la frontiera fra il reportage e la rappresentazione del corpo umano che coesistono nella mostra "Confronti".


La seconda sezione non poteva non iniziare con il secondo dei "senatori", quel Roberto Kusterle che in passato abbiamo conosciuto come sacerdote officiante i "riti del corpo". Se sinora i corpi fotografati da Kusterle erano esaminati in superficie, trasformati, plasmati, associati fra di loro e ad altre creature per formare immagini provenienti da mondi sconosciuti, in quest’ultimo lavoro l’universo creativo dell’autore goriziano si concentra sull’interno del corpo umano e ne mostra un contenuto inatteso. L’anatomia di Roberto Kusterle non ci presenta un ordinato succedersi di apparati, così come li abbiamo appresi dai manichini sezionati visti a scuola, ma una caotica appropriazione dell’interno del corpo umano da parte del mondo vegetale. La visione di questa parte oscura e misteriosa è resa possibile da lacerazioni più o meno ampie dell’epidermide.

I corpi umani sono inanimati, dichiaratamente rielaborati con un programma di fotoritocco che sostituisce i procedimenti analogici adottati in precedenza da Kusterle. Al posto del sangue scorre una linfa che richiama ad una nuova vita anche alcuni animali imbalsamati, conservati nel Museo di storia naturale di Udine. La ricerca di Kusterle si complica. Gli animali, destinati nella migliore delle ipotesi a un’ostensione museale, sembrano riscattarsi dalla sudditanza ai sapiens sapiens e irrompono per sistemarsi sugli appoggi forniti dai vegetali che iniziano ad uscire dai corpi. È in gioco la supremazia degli umani e con essa il nostro modo di vedere. A un consolante antropomorfismo si sostituisce la delicata texture del piumaggio che ricopre il corpo che è mostrato nella copertina di questo catalogo. Un nuovo equilibrio e una nuova inquietante bellezza.

Se la trasformazione dei corpi di Kusterle richiama contaminazioni con il mondo animale e con quello vegetale, il corpo di Cristina Gori evoca un lungo viaggio nel tempo e nello spazio. Di ritorno da Xi’an, nella provincia dello Shaanxi in Cina, Gori progetta di andare oltre i limiti della rappresentazione e di riassumere in sé le fattezze dei soldati, dei dignitari d’alto rango che avevano il grado di generale, e infine del visionario e folle imperatore Qin Shi Huang, artefice dell’idea di farsi accompagnare nell’aldilà da un esercito di terracotta, composto da migliaia di uomini e completo di carri e di cavalli. Si tratta di un confronto con un’antica e lontana civiltà e con la necessità di sintetizzare in un unico corpo una molteplicità di figure. L’idea ambiziosa di Gori provoca, sia in chi ha avuto la fortuna di visitare il sito archeologico cinese, sia in chi non lo conosce, una forte emozione. Gli autoscatti coprono i trecentosessanta gradi attorno al capo dell’autrice per consentire un’accurata analisi delle acconciature che distinguono ciascuno dei personaggi interpretati. Il fondo nero da cui emerge la figura della Gori valorizza le fratture dell’argilla di cui è spalmato il suo corpo che richiamano alla mente le forme dei guerrieri e dei generali. Per ultimo riconosciamo, unico con gli occhi aperti, l’imperatore che racchiude nel suo sguardo la misteriosa decisione di sacrificare tutto il suo seguito e di replicare la sua armata che gli aveva permesso di unificare nel terzo secolo avanti Cristo i vari regni di cui era composta la Cina.


Dopo i corpi di Kusterle e Gori che evocano altri mondi, due corpi di donne che invece richiamano il trascorrere del tempo della vita umana. Sono quelli fotografati al mattino di due diverse domeniche da Giulia Iacolutti. Il primo nel suo turgore ci racconta di un’esistenza prenatale che si intuisce bene nella rotondità della pancia. Un corpo di una giovane donna nell’età della fertilità che si confronta con quello di un’altra donna che mostra, invece, i segni di un’età avanzata. Nei loro movimenti lenti si può misurare la differenza del momento che stanno vivendo. La giovane si veste considerando il suo corpo che si trasforma durante la gravidanza. Riflette sul suo stato "interessante". Ma stavolta non si tratta di un modo di dire anodino od eufemistico per evitare di pronunciare parole più esplicite. L’interesse è determinato proprio dal fatto di essere incinta, di poter partecipare con il tatto alla meraviglia della crescita di una nuova vita all’interno del proprio corpo. Non altrettanto interessante appare il faticoso lavoro che la donna anziana deve compiere a ogni risveglio per rimettersi in posizione verticale. Il decadimento del corpo che necessita dell’ausilio del busto induce a pensare esclusivamente al presente, a una situazione però non necessariamente negativa per l’anziana signora che appare consapevole dei limiti imposti dall’età, ma ancora in grado di vivere un’esistenza autonoma e una buona vita di relazione. Si tratta di un’ipotesi, dato che il suo volto non è ben visibile come quello della giovane che può volgere il suo sguardo al futuro.


Dedicato all’analisi o meglio alla misurazione del corpo è il lavoro di Francesca Piovesan. 827 piccole aree disegnate con un pennarello e misurate con un metro da sarto. Molti sono ossessionati dalla continua misurazione del proprio peso corporeo, ma è molto raro che qualcuno si preoccupi di misurarne la superficie. Non sono note le motivazioni di Piovesan, ma la sua attività performativa, come nel caso di Gori, appare interessante e ben rappresentata negli autoritratti. Oltre all’inventiva e alla capacità realizzativa, sono da ammirare la manualità e le capacità, per così dire, contorsionistiche dell’autrice che, con il solo aiuto di uno specchio, è riuscita a misurare ogni più recondita parte del suo corpo. Ad arricchire la qualità del lavoro è anche la forma che è stata scelta per presentarlo. Un libro che non si sfoglia, ma si sviluppa in lunghezza, con dodici pagine di immagini, che stanno a significare i giorni in cui è avvenuta la misurazione, inframezzate da fogli bianchi, che ripropongono le pause rappresentate dai momenti in cui l’autrice ripassava con il pennarello i segmenti sbiaditi. Le fotografie di Piovesan non sono solo un contributo alla conoscenza del suo corpo. In generale suggeriscono la possibilità di pensare al corpo come un qualcosa che non necessariamente riconduce ad una figura a tutto tondo, ma che invece si può dispiegare su uno spazio bidimensionale, come quello della fotografia.


Un ultimo confronto è quello proposto da Cecilia Ibañez, una fotografa argentina di origini friulane che ha percorso a ritroso il cammino dei suoi antenati e si è stabilita in Friuli. I suoi "Apontes" sono i fogli di un diario fotografico, dove ricorda i giorni di una nuova vita con la quotidianità trascorsa al seguito di band musicali da fotografare, con la nostalgia e con i ritorni al di là dell’Atlantico. Nel diario di Ibañez i ritratti sono accompagnati da didascalie, scritte indifferentemente in italiano o in castigliano, con le ibridazioni e le imperfezioni tipiche di chi vive una realtà migrante. Ma l’autrice non sembra spaesata, anzi i testi del suo diario sono ricchi di situazioni in cui si percepisce la curiosità ed il piacere di raccontare con la macchina fotografica la sua vita "on the road".